Genesi di un’Opera

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Come è nata quest’opera. Tra emozioni, concetti e mostre:

Questa immagine l’ho esposta in tutte e due le mostre che ho fatto nei musei di Dostoevskij di Stato sia a Mosca che a San Pietroburgo.

È l’immagine, il volto di Dostoevskij che fuoriesce come un gigante dal  Palazzo a Firenze dove abitava, in via dei Cerretani, di fronte a Palazzo Pitti.

L’immagine mi venne in mente a Firenze. Ero andato a visitare la città dove Dostoevskij aveva soggiornato per quasi un anno. Dal settembre del 1768 ad Agosto del 1769. Ero andato a farmi venire delle idee a scattare fotografie per la Mostra che avevo a Mosca dal titolo “Dostoevskij e l’Italia – Dal XIX al XXI secolo. Firenze è una città che conosco bene perché mia mamma è una Pittrice nata a Siena in Toscana e gli zii da parte della mamma sono tutti o di Siena o di Firenze, compreso i miei cugini. Fin da piccolo frequentavo Firenze per andare a trovare i miei parenti. Conoscevo già i magnifici Musei, le bellissime Chiese, i monumenti rinascimentali. Mille volte ho passeggiato per Piazza Pitti e non sapevo che proprio di fronte c’era l’abitazione dove soggiornò Dostoevskij.  Quindi questo viaggio a Firenze per me era come una avventura, andavo con un punto di vista diverso. Cercavo di capire e sentire quale legame ci poteva essere tra Firenze e Dostoevskij e dovevo pensare a come costruire delle immagini che unissero l’identità di Dostoevskij con la Città.

Quando sono sceso dalla stazione di Santa Maria Novella, accompagnato dalla mia fedelissima macchina fotografica, mi sono diretto verso via dei Cerretani. Mi sentivo investito di un compito molto importante, ero l’artista che aveva il grande onore e onere, di esporre le proprie opere proprio nella casa dove era nato Dostoevskij a Mosca. Nonostante ho sempre mille idee e una brillante creatività, questo peso da una parte mi entusiasmava, ero fiero di me stesso, dall’altra parte mi schiacciava e queste sensazioni insieme mi confondevano le idee. Camminavo per le vie di Firenze in un modo nuovo, diverso. A ogni passo pensavo che la strada dove stavo camminando era stata percorsa da un gigante della letteratura, l’uomo, lo scrittore che aveva scritto “Delitto e Castigo”, “Il Giocatore”, “I Fratelli Karamazov”, “I demoni” e tanto altro ancora. E che aveva finito di scrivere “L’Idiota” proprio in quella città dove ora mi trovavo. Romanzi che hanno elevato la letteratura del diciannovesimo secolo, romanzi entrati a far parte dell’universalità dell’arte. A ogni passo mi guardavo attorno e scattavo foto. Mi chiedevo cosa avrà provato Dostoevskij a Firenze, se gli mancava la Russia, quale sarà stato il suo stato d’animo a essere lontano dalla sua amata famiglia e immerso dai debiti, con davanti a se un romanzo da terminare. Alzai gli occhi al cielo e dentro di me dissi: “ Dostoevskij dammi una mano a capire cosa devo fare”. Quel pensiero mi tranquillizzò, mi sembrava ad un tratto di essere preso per mano dallo scrittore che mi sussurrava sorridendo: “Non avere paura, apri la tua fantasia, io ti aiuterò.”

Era certamente un mio pensiero ma ebbi la forza di tornare sereno e quel compito così gravoso è difficile cominciò a farsi più leggero. Le idee ricominciarono a zampillarmi nella testa come l’acqua che trionfa spumeggiante nelle più generose fontane. Ed ecco che arrivo al punto che mi ero preposto di andare a fotografare, via dei Cerretani, 22. Ero lì, davanti al palazzo dove visse Dostoevskij per un anno. Ero lì, davanti alla targa commemorativa che ricordava quel soggiorno. Lessi la targa, tra l’entusiasmo e la commozione. C’è scritto: “In questi pressi fra il 1868 e il 1869 Fëdor Mihailovic Dostoevskij compì il romanzo “L’Idiota”. Dopo avere letto la targa mi veniva voglia di fermare i turisti e i fiorentini che passavano a passo veloce di lì e dirgli: “Fermatevi un attimo…. Lo sapete che qui dimorò Dostoevskij per quasi un anno? E che terminò qui di scrivere “L’Idiota”? Avrei voluto farlo solo per metterli a conoscenza dell’importanza di quel luogo. Forse molti di loro non lo sapevano e la notizia avrebbe potuto farli soffermare un pò sul quel luogo, su quel palazzo, su quello scrittore straniero in terra toscana che con il suo romanzo “L’Idiota” ha donato tanto all’umanità. L’avrei voluto fare per amore della conoscenza, del sapere, della cultura.

Vedevo la gente passare indifferente a quella targa scritta in italiano che per uno straniero non comunicava nulla. Mi chiedevo perché non si fermano a pensare, a guardare a fare una fotografia. Mi chiesi perché nella Firenze dell’arte rinascimentale, città cosmopolita di attrazione turistica a livello mondiale, quella targa non fosse stata scritta anche in Inglese, in più lingue. Da essere comprensibile a tutti i passanti. Mi sono chiesto che bello sarebbe stato se l’appartamento dove Dostoevskij ha abitato e vissuto, fosse diventato un Museo Letterario. Avrei avuto voglia di visitare quella casa, l’appartamento dove visse il celebre scrittore. Ma non era possibile perché era un appartamento privato. E francamente al di là della targa commemorativa non si capiva nemmeno quale fosse il piano del palazzo. Ero costretto a rimanere fuori, vicino a quella targa. Poi guardai nuovamente la facciata e la magia della creatività all’improvviso mi arrivò regalandomi una bella ispirazione. Mi apparve nell’immaginazione il volto di Dostoevskij su tutta la facciata. Come se tutto il palazzo avesse preso vita, come se anche i mattoni di quella casa si fossero impregnati della presenza dello scrittore. Ed ecco che scattai una foto. Sapevo che immagine fare. Una delle immagini che dovevo portare alla Mostra era nata nella mia testa, nella mia fantasia. Ero felice di ciò che avevo pensato e dentro di me pensai che forse anche Dostoevskij mi aveva aiutato a realizzare nella mia mente quell’immagine. Mi piace pensarlo…

Dovevo costruire l’opera subito, prima che si potessero annebbiare le idee che avevo avuto.  Anche se era un piccolo tormento poco probabile che si realizzasse perché l’immagine ora mai si era fissata nella mia mente. Tornato a casa lo stesso giorno, a La Spezia, dove abito mi misi a cercare tra le mie fotografie se avevo qualcosa di artistico sul volto di Dostoevskij, magari fatta in Russia, anzi…dovevo trovarla proprio fatta in Russia. La trovai, la rielaborai digitalmente e ne costruì una fusione con la facciata del palazzo che avevo visto. Ci lavorai tutta la notte fino a trovare la esatta corrispondenza con ciò che avevo in mente. Ma non bastava, volevo fondere l’unione, creare il connubio ancora più forte tra Dostoevskij, Firenze e la Russia. Avevo bisogno di qualcosa di simbolico da inserire nell’immagine che ne rafforzasse il significato che volevo esprimere. Fondere l’immagine di Dostoevskij con l’Italia, con Firenze senza snaturarne l’identità ma richiamando a un ponte culturale che unisse grazie alla mia opera, ma soprattutto grazie a Dostoevskij una vicinanza, un punto saldo di amicizia artistica e culturale tra l’Italia e la Russia. Un’opera contemporanea che fosse armonica nell’immagina, bella da vedere e che offrisse spunti di riflessione. Non bastava fare un banale collage, bisognava realizzare una fusione, che prima era venuta nella mente e solo dopo doveva essere realizzata coerentemente con la mia fantasia, tanto da creare un’opera compiuta, armonica e coerente, un’immagine sola e non un collage. Le ore passavano e feci le 5 del mattino. La stanchezza sopraggiungeva, ero lì a produrre quell’immagine a più di 8 ore. E non era finita, non riuscivo a completarla. E finché non vedevo la conclusione, nonostante la vista mi si annebbiava per la stanchezza e per le lunghe ore di lavoro notturne senza sosta, non volevo andare a dormire. L’entusiasmo di vedere finita l’opera fa mi portava ad andare avanti a non fermarmi. Ma non sapevo ancora trovare l’anello mancante. E quando sei stanco anche la fantasia e le idee tendono ad affievolirsi. Viene voglia di abbandonare. Di rimandare. Ma se fosse successo sapevo che avrei perso quella magia impalpabile di quel momento. L’opera doveva essere terminata. Andai allora a sciacquarmi il viso. Un pò d’acqua alle volte fa dei veri e propri miracoli. Mi diede qual pò di vivacità che mi bastò a riordinare le idee.

Tornai all’opera, mi guardai intorno la stanza. Osservavo gli oggetti della mia sala e pensai: Ogni cosa che c’è qui è un riferimento alla mia vita. Ed ecco che mi arrivò l’intuizione per terminare l’opera. Se aggiungevo all’immagine qualche oggetto che apparteneva a Dostoevskij presente nella casa dove era nato avrei aggiunto quel tocco di intimità che legava la casa dello scrittore a Firenze. Sarei riuscito a creare quel ponte tra la casa di Firenze e il luogo di nascita di Dostoevskij. Cercai ancora e ancora tra le foto che avevo fatto al Museo e finalmente trovai i pezzi del puzzle mancanti per chiudere l’immagine che avevo in mente. Un pennino a piuma, una candela, un libro, un vecchio calamaio. La soluzione era a portata di mano. Nella mia testa c’era l’immagine chiara. Ma come unire il tutto in un’immagine che fosse armonica, unica e completa non era affatto semplice. Ci lavorai ancora e ancora finché tutto mi apparve chiaro. La corrispondenza tra la mia fantasia e l’immagine, tra il significato che volevo contenesse l’opera e l’opera stessa  era perfettamente corrispondente a ciò che sentii a Firenze davanti al palazzo dove dimorò lo scrittore. Ero felice, emozionato. Ero riuscito a unire due luoghi diversi, ad annullare lo spazio tra l’Italia e la Russia, tra Mosca e Firenze. Ero riuscito a rendere attuale il volto di Dostoevskij proiettandolo in una dimensione che superasse il tempo e spazio. Ero riuscito a fare un opera piena di significato.

Adesso mi aspettava il giudizio del pubblico, esporre l’opera assieme alle altre e capire se le mie sensazioni riuscivano, attraverso quell’immagine ad essere trasferite. Dovevo aspettare il 14 febbraio il giorno dell’inaugurazione della Mostra a Mosca al Dostoevskij Museo. E il giorno finalmente arrivò. La Sala espositiva era stracolma di gente e di fotografi.

Ero emozionatissimo, erano lì per vedere le mie immagini, a scrutare dentro le mie idee, a toccare con lo sguardo quello che avevo realizzato. Notai stupore ed entusiasmo. Incertezza nell’afferrare a pieno ciò che avevano davanti ma voglia di tuffarsi con le loro sensazioni dentro le immagini e scoprire questo nuovo modo di concepire il linguaggio artistico e concettuale. Poi un signore si avvicinò all’opera di cui sopra e mi fece una domanda. Parlava russo ed ebbi bisogno del traduttore per capire. Mi chiese: Voleva fare vedere lo sguardo universale di Dostoevskij che non ha spazio né tempo attraverso le sue opere, una identità tra la Russia e l’Italia che abbatte i confini territoriali grazie all’arte e alla cultura?

Fui commosso da quella domanda a tal punto che mi vennero quasi le lacrime agli occhi. Per riprendermi gli feci un sorriso e gli dissi: Si è proprio questo. E quell’uomo mi disse:“Grazie”, e mi strinse la mano.

In quel momento l’immagine superava il linguaggio parlato, io Italiano, quell’uomo russo. Per capirci avevamo bisogno dell’interprete. Ma davanti a quell’immagine che avevo realizzato con tanta fatica le sensazioni erano le stesse. È vero anche che l’interpretazione di un’immagine che arriva con un linguaggio artistico nuovo può essere soggetta a tante sensazioni diverse.

Ma talvolta coincidono con la mia interpretazione o si accostano molto e quando accade  è come se dentro di me si spalancasse il sole. Si crea una connessione di emozioni. L’immagine diventa una finestra sull’umanità, capace di richiamare alla riflessione, all’armonia, alla presente a passato. Tende a colmare i vuoti spazio temporali, è questo che amo fare…e quest’opera quando l’ho terminata è diventata un punto di riferimento delle mie Mostre nei musei Dostoevskij di Mosca e di San Pietroburgo.

Tanti sono stati gli articoli sui giornali e le interviste nelle televisioni russe e questo mi ha certamente portato ad avere una certa notorietà qui in Russia e non posso negare che l’attenzione da parte dei media Russi mi abbia fatto molto piacere. Sono un artista e quindi ho la mia bella dose egocentrismo naturale. Come non posso negare che le mie opere essendo state esposte in Musei Statali Russi legati a Dostoevskij abbiano preso un posto nei registri dei rispettivi Musei e siano destinate ad essere ricordate nei tempi a venire. Tutto bello e importante è ovvio e non lo nego. Ma il piacere di trovare persone che dopo essersi fermate davanti a quest’opera mi vengono davanti, mi dicono “grazie” e mi stringono la mano è davvero una sensazione impagabile che mi da la forza di andare avanti. Come l’acqua che mi diede la forza di rimanere sveglio quando terminai l’opera.

Davide Costantini, ideatore della corrente artisitica OneUp-Art, ponte di collegamento culturale tra la Russia e l’Italia.

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