Una Tavola senza Età

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Mi trovavo all’interno della casa dove Dostoevskij visse negli ultimi anni della sua esistenza, la casa dove scrisse “i Fratelli Karamazov” . Mi sembrava di essere al centro del mondo della letteratura del XIX secolo. Ero andato a visitare quell’abitazione che sorge in un grande Palazzo ottocentesco di San Pietroburgo, per capire meglio, attraverso gli oggetti, l’arredamento e le stanze, la vita dello scrittore. In quel luogo pieno di intimità che avrebbe ospitato la mia Mostra su Dostoevskij e Firenze. Ero emozionato. Camminavo sulle piastrelle che hanno sentito i passi di Dostoevskij, la sua stanchezza, il sollievo e le preoccupazioni che viveva. Le straordinarie opere letterarie che aveva scritto. In quella casa semplice e austera, elegante e sobria respiravo un atmosfera serena.

Nonostante fossi a conoscenza delle enormi, gigantesche difficoltà che dovette superare Dostoevskij nel corso della sua esistenza. Nonostante che negli ultimi tre anni, dovette combattere non so lo contro le difficoltà economiche ma con un destino spietato che per non fargli mancare nessun peso, gli aveva accorciato la clessidra del  tempo, affibbiandogli addosso una malattia ai polmoni che non gli avrebbe dato scampo. Eppure, in quella casa, non sentivo l’angoscia di tutto questo, ma un avvolgente senso di pace. “Perché?” Mi chiedevo. Perché era tutto così straordinariamente tranquillo. Mi avvicinai al tavolo sul quale la moglie, Anna Griegovna, teneva scrupolosamente i conti della casa. Un cerchio non facile da far quadrare.

Ma la precisione, la bellezza di quella calligrafia, quel registro così ordinato, delineavano l’armonica differenza tra un carattere meticoloso unito alla genialità e sregolatezza del marito. Anna Griegovna era una donna davvero fantastica e aveva una forza interiore e un carattere davvero straordinari. Oltre ad essere molto simpatica espiritosa, e nonostante avesse venticinque anni di meno del marito, lei lo ha sempre amato.

Mi incuriosì un episodio che capitava di frequente. Dostoevskij regalava ad Anna abiti meravigliosi perché voleva che non le mancasse nulla e quando aveva maggiori risorse, spesso le spendeva per farle splendidi regali. E lei di tutto punto, quasi per ironia, quando usciva per andare con lui a qualche ricevimento, si metteva degli abiti vecchi ed antiquati. Sfidando la contrarietà del marito. Ma quel gesto era ricamato da un sottile atto d’amore. Lo faceva nel per non fare percepire a pieno alla gente la grande differenza di età. Questi ed altri episodi si trovano nelle memorie della figlia. Ad un certo punto capitai nella sala del té che fungeva anche da sala da pranzo. Dostoevskij amava farsi il tè da solo perché sosteneva che nessuno era
in grado di farlo bene come lui. E quando capitava che gli e lo facesse lei, per gioco diceva di essere caduto così in disgrazia da non avere neanche la piccola soddisfazione di bere una buona tazza di tè. Quando mi trovai lì mi immaginai tutta la famiglia attorno a quel tavolo. I due figli e la Anna e Fëdor a condividere il tè. Chissà di cosa avranno parlato in quei momenti… Mi chiedevo senza avere una risposta che non fosse un’acrobazia della mia fantasia; forse della giornata passata, o forse della vita.

Una cosa era certa. Dostoevskij amava moltissimo i suoi figli e la moglie e anche quando attraversava dei problemi economici o di altro tipo, faceva sempre di tutto per sorvolare sull’argomento cercando sempre di portare la gioia nella famiglia. Mi sembrò che tutti loro fossero sempre lì come se il tempo non fosse mai passato. Come se il tempo si fosse fermato. La guida che mi accompagnava alla visita dell’appartamento e che il Museo mi mise a disposizione per descrivermi la casa in lingua italiana ad un certo punto si fermò e mi chiese, in modo molto
gentile, se volevo sapere qualche cosa di particolare dopo che aveva parlato a lungo. Sentivo che quella domanda me la fece perché mi vedeva distratto. Ma ero talmente assorto dai miei pensieri che davanti a me ascoltavo solo le mie meditazioni. Feci un sorriso di circostanza e dissi che ero soddisfatto delle spiegazioni che mi aveva dato e che non avevo nulla da chiedere perché era stata molto brava ed esauriente.

Riguardai ancora una volta quella tavola senza età e compresi perché in quella casa c’era un grande senso di pace e serenità. L’amore che avvolgeva quella famiglia si percepiva come se fosse sempre lì e tutti i problemi che vivevano diventavano argomenti che si trasformavano in sorrisi di comprensione e di affetto. Quell’unità attorno a quella tavola era fatta di una energia
tale da superare ogni avversità. Un punto saldo dove ritrovare se stessi e superare le avversità della vita. Era quello che sentii dentro di me quel giorno, in quel momento, in quella casa così speciale da apparire straordinariamente normale.

Davide Costantini, ideatore della corrente artisitica OneUp-Art, ponte di collegamento culturale tra la Russia e l’Italia.

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